martedì 25 agosto 2026

Genetica e dieta...

 


Sapete che "odio" ogni ideologia, sia politica che religiosa, e non mi piace nemmeno far parte di parrocchiette più o meno orizzontate in termini di morale od etica.

Per questa ragione stento sempre a definirmi "vegetariano"… ma sono stato costretto, per via della qualificazione accettata, anche se la qualifica più adatta  sarebbe "frugivoro".

Il fatto è che l'uomo, per sua natura, sia geneticamente sia anatomicamente sia ecologicamente, è un "frugivoro" come le scimmie antropomorfe, i maiali e gli orsi. Cosa significa? Tanto per cominciare dirò che l'aggettivo "frugale" od il termine "frugalità" sono propri dell'essere frugivoro. I frugivori appartengo alla famiglia dei mammiferi e si nutrono essenzialmente dei frutti della terra, in tutte le forme. Sono distinti dagli erbivori e dai carnivori poiché hanno la capacità di adattarsi ad una dieta variegata di semi, verdure, frutta, radici, cereali, legumi, etc. etc. che può prevedere anche l'uso di sostanze di origine animale, come il latte, le uova, il miele, e talvolta  pure insetti e piccoli animali o molluschi.

Lo "svezzamento" non è altro che il processo di adattamento della flora batterica intestinale che si rende idonea ad assimilare e digerire cibi che sarebbero altrimenti indigeribili ed inassimilabili. Insomma per poter assorbire le sostanze nutritive della carne, ad esempio, devono crearsi nello stomaco appositi enzimi digestivi, una sorta di anticorpi, che sono in grado di scindere le proteine carnee e renderle accessibili all'organismo.

Questa capacità di tutti i frugivori è stata "inventata" dal processo evolutivo per far fronte ad eventuali carenze e necessità alimentari particolari incontrate durante il corso della vita e dell'espansione sul pianeta Per le donne in particolare l'integrazione carnea può essere necessaria nel momento della gravidanza allattamento ed anche in seguito alle "perdite" di sangue mestruale.

Per il maschio l'uso di carne, o di sostanze di origine animale, è meno fondamentale ed ha la semplice valenza di "eccitante" in quanto mantiene uno spirito di aggressività più evidente. Infatti in India, da sempre di cultura vegetariana, ai guerrieri (kshatriya) è consentito l'uso della carne e ciò vale anche per i fuori casta o genti tribali (pariah) che vivono spesso nelle foreste di caccia e pesca, non praticando l'agricoltura.

Inoltre è da notare che dalla ricerca fatta sulle feci fossili, rinvenute negli accampamenti degli uomini primitivi in varie parti del mondo, risulta che l'ingestione di sostanze di origine animale era limitatissima, non superando il 10% del totale cibo assunto.

Qui vorrei fare un inciso sulla favola dell'uomo primitivo "cacciatore" che in realtà non andava a caccia ma, aggregato in branchi di perdigiorno, vagava nella savana armato di bastoni e lance, e si limitava a scacciare i predatori e rubar loro le carcasse degli animali uccisi, se gli andava bene. Questo sino al neolitico in cui iniziò l'allevamento di armenti che rese più accessibili sia il latte che la carne. Altra dimostrazione in tal senso viene dall'analisi delle abitudini alimentari di popoli aborigeni che integrano la dieta frugivora con pesce e piccoli animali, come i roditori, presi con trappole.

Insomma il mangiar carne è per l'uomo un adattamento a condizioni estreme e la carne può essere considerata alla stregua di "medicina" ovvero una sostanza di cui far uso solo in caso di bisogno. Mi viene in mente ora una storia che esplicita questa capacità di aggiustamento anche in altre specie specificatamente erbivore…. Non ricordo quale esploratore polare (Scott?) per evitare di dover trasportare eccessivi carichi di viveri aveva allevato delle capre abituandole a trainare le slitte sul ghiaccio, poi pian piano cambiò la loro dieta usuale nutrendole di pezzetti di carne di capra, alcune sopravvissero e si adattarono a mangiare la carne e quelle furono usate per affrontare il viaggio al polo e fungere anche da cibo (alla bisogna) sia per gli umani che per loro stesse…

Va beh, questo è un caso estremo ma quello che volevo significare è che la natura ci ha resi adattabili ed anche l'uomo in caso di necessità può sopravvivere di sola carne, come fanno ad esempio gli eschimesi od alcuni popoli delle steppe che però hanno una durata di vita brevissima (trenta o quarant'anni al massimo).

Nei climi moderati o tropicali la necessità integrativa dell'alimento di origine animale è ridotta quasi a zero, fermandosi al già nominato latte, formaggio, miele, uova, etc.

Da ciò se ne deduce che la dieta naturale dell'uomo è priva di carne, nella sua media universale, e che mangiar carne è innaturale (in grandi quantità) e che definirsi "vegetariani" è una forzatura ideologica e che quindi non ha nessun significato reale dal punto di vista della fisiologia umana. L'uomo, ed io stesso, è solo un "frugivoro".

Mo' vedete voi come metterla con tutti questi animalisti di buon cuore che dichiarano di essere vegetariani per motivi etici…. (ne ho conosciuti molti di arrabbiati vegani  che dopo qualche anno scoppiano e ritornano alle salsicce…). Quello che serve in realtà è solo aderire alla propria natura e di conseguenza non mangiar carne come non mangeremmo le caccole del nostro naso (superata una certa età uno smette…).

Paolo D'Arpini  - Rete Bioregionale Italiana





domenica 23 agosto 2026

La donna come rete connettiva dell'umanità...

 



Quanto piace equivocare ai mediocri conservatori a tal proposito, infatti
è certamente vero che la donna è la custode del focolare della casa - non
del focolare cristiano, bensì pagano, quello stesso fuoco che vediamo nella
dea Vesta che protegge Roma - ma ciò non vuol dire affatto che la donna
debba stare segregata in casa, una donna può custodire il focolare stando
fuori o stando dentro casa, essa è il grembo che protegge sia i figli che
la casa stessa, è la dimensione del femminile ed anche del materno –
materno in senso pagano e Romano, non in senso cristiano o psicoanalitico –
è dunque la dimensione del “matrimonio” – che significa “compito” della
madre - tale compito consiste nel custodire la prole e lo spazio della
casa in cui la prole cresce, la madre si occupa della prospettiva
squisitamente terrena, essa non è tanto la dimensione della questione
sentimentale che concerne un fantomatico cordone ombelicale che leghi la
madre ai figli, la donna è la dimensione della terra e non
dell’assistenzialismo, è l’incontro con la "veracità",

In un certo senso la donna – la dimensione della donna – è una strana rete
connettiva che annette la dimensione consapevole alla dimensione
dell’animale, in cui l’uomo scoprendo il processo biologico della vita
comprende come in sé stesso possieda differenti forme di questa vita che
compaiono in lui, nella dimensione materna impariamo allo stesso tempo di
essere uomini ed animali - e l’animalità la comprendiamo con il
nutrimento, la crescita biologica e la dieta che la madre ci fornisce -
dapprima nella forma dell'allattamento, poi nella forma della vera e
propria dell'alimentazione, in altre parole crescere con una madre è molto
simile al crescere con una lupa, la donna quindi è l’incontro in cui
l’animalità è strettamente connessa con l’essere uomo o donna, è la
veracita oltre ogni “coscienza” – oltre la “coscienza” che vuole
eliminare "l’animale" che è in noi - la donna non è la dimensione
dell’assistenzialismo, della premurosità di stampo sentimentalista o di
quel ripugnante sentimento di “morbidezza” e di "coccole" - il "cocco di
mamma" - che una madre conferisce al proprio figlio, è semmai
l’incombenza dell’animale, cioè la dimensione della selva – ecco perché
Romolo e Remo vengono cresciuti da una lupa in mezzo alla vita selvaggia -
è la vita vista come una ilare animalità che si tinge di “consapevolezza”,
 
Tuttavia nella dimensione del materno vi è una vita selvaggia che ancora
non ha incontrato pienamente il “morire”, con le madri non si incontra il
“morire” ed il superamento della morte nel movimento dell’espansione, detto
in altri termini nessuna madre può farvi sperimentare e conoscere quello
che vedrete nella donna verso cui proverete un "interesse" più profondo, ad
esempio la complice, la fidanzata, la sposa – oppure la figura della
“donna-iniziatrice”, come è avvenuto nell’incontro tra il sottoscritto ed
Elena Duvall - e se si pretende scioccamente di scoprire queste figure
intensive di donna nella propria madre, si ha verso la propria madre una
prospettiva morbosa ed incestuosa.
 
Le cattiva madri sono quelle troppo premurose, quelle che non vogliono che
il proprio figlio non faccia un solo passo perché c’è il rischio che possa
cadere e sentire dolore, o che possa essere investito sotto ad un'
automobile, o che possa affogare in acqua mentre è in mare nuotando, le
cattive madri troppo premurose sono quelle che non accettano che il figlio
possa "morire", per ovviare a questo problema di solito c’è l’Autorità
del padre, il quale ricorda a tutta la famiglia che la vita è patrimonio,
cioè è la dimensione della Legge, dell’Eredità, della guerra, del pericolo,
dell’aggressività ecc, se gli uomini commettono lo sbaglio di essere dei
mocciosi idealisti, le donne commettono lo sbaglio di essere delle ciniche
materialiste, infatti il sentimento di iper-premuroristà della donna è in
realtà un cinismo agghindato da buoni sentimenti, non si vuole che il
“cocco di mamma” muoia, perché si confonde l’affetto del bambino al
fatto di averlo cresciuto e partorito, come ci ricorda Nietzsche "Gli
uomini passano per essere crudeli, le donne invece lo sono. Le donne
sembrano sentimentali, gli uomini invece lo sono."
 
lo stesso Nietzsche ci ricorda che nella vita “si ama la propria opera” e
tutto questo è segno di virtù, anche quando la donna ama la sua opera -
ciò che ha partorito - amando il suo bambino in questo c'è nobiltà e non
c'è nulla di male, tale amore però può diventare vizio quando si
attualizza contro il divenire della vita – contro l’intensità che
permette alla vita di nascere e di morire – solo allora ciò che era virtù
si corrompe in vizio e debolezza, così come quando la madre
iper-apprensiva "barrica" il figlio contro ogni pericolo, quando la
psicoanalisi di Lacan dice che la madre è il registro del desiderio mentre
il padre quello della Legge si dice senza dubbio qualcosa di vero, ma
come mai la psicoanalisi ci costruisce tutto un Complesso nevrotico
legato alle pulsioni non soddisfatte, fraintese ed equivocate ecc, perché
la psicoanalisi è "nevrotica"? Perché è moderna! Moderna e cristiana
 
Il "pretismo" della psicoanalisi deve promettere una redenzione o quanto
meno un “trattamento”, l’uomo moderno è l’unico uomo scisso e polverizzato
dalla sofferenza, l’unico uomo che ha fatto della sofferenza un’obiezione
così Negativa contro la vita da scivolare nel nichilismo, la vita è
sofferenza ma per i moderni e i cristiani la sofferenza non sarebbe
dovuta esistere - è ingiusto che essa esista - la sofferenza è frutto
del “peccato”che ci viene narrato, infatti a differenza della “caduta”
raccontata in altri miti e in altre religioni, la psicoanalisi - così come
il cristianesimo - si “lega al dito” ciò che è accaduto, la morte e la
sofferenza sono episodi che non dovevano succedere ma siccome tutto ciò
ciò è accaduto allora vuol dire che non c’è evento "terreno" che possa
“redimere” la terra e questa stessa vita: e quindi il desiderio che il
figlio ha per la madre sarà sempre inappagato, la Legge di castrazione che
il padre ci ordina di rispettare sarà sempre un ostacolo che potrà
sopprimere questo desiderio, e nel migliore dei casi si può cercare un
“compromesso” tipicamente liberale e democristiano, in cui la Legge del
padre renda più mansueto il “desiderio” che è nel figlio – che è in ultima
analisi per lo psicoanalista. il desiderio dell’essere amato e compreso
della madre e dal linguaggio del registro materno, –
 
Ora tralasciando le fantasticherie di una teologia cristiana e mancata
quanto laica quale è la psicoanalisi veniamo alla vita nella sua possanza
vitale e lasciamo perdere queste chiacchiere da confessionale: la donna è
la dimensione che custodisce la casa, lo spazio in cui si cresce, lo spazio
della selva, della caccia, della cacciagione, infatti la dea Romana Diana
è la dea della caccia, della selva, dei boschi oltre che ad essere la dea
protettrice delle donne, dunque la donna e la viisone selvaggia sono
strettamente connesse.
 
I conservatori – che non comprendono ciò che dicono di amare, ovvero la
“tradizione” – dicono che la donna debba stare a casa e con il bambino, e
debba cucinare, accudire, curare il pargolo ecc. la donna però non è una
“stanziatrice” della casa, non deve “stare a casa”, la donna è custode del
focolare della casa – è la Lupa/custode del focolare - e può esserlo anche
fuori dalla casa, inoltre lungi dall’essere quell’angelo del focolare che
molti conservatori immaginano è anche una potenza selvaggia ed animale,
che la donna abbia una grande “luminosità” ciò non esclude che in quella
luminosità passi la possanza della visione selvaggia della vita, ora che i
cristiani vi vedano in tutta questa potenza animale della donna la
“tentazione”, l’inferno, il vampirismo della donna, la dannazione ecc la
dice lunga sul loro modo mediocre di concepire la "sacralità della vita", i
cristiani vorrebbero essere diffidenti con la donna come lo è un pagano
Romano o Greco, e invece sono solo dei volgari misogini
 
Certamente la madre può dimostrare affetto o attenzione materna al proprio
figlio ma sempre per un “interesse” che attiene all’opera che vede la madre
vede nella maternità, ad esempio la madre di un patrizio Romano amerà
suo figlio e lo riempirà d’attenzione proprio perché lei vedrà la sua opera
di donna Romana e di patrizia, infatti nella misura in cui cerchiamo di
rendere “degno” della nostra opera ciò che ci è introno allora possiamo
anche “educare”.
 
Vi è un egoismo tipicamente gerarchico ed aristocratico, esso a differenza
dell’egoismo utilitarista e liberale o anche dell’egoismo
anachico-indiivdualista non esclude la società, la vita pubblica, il
pubblico, il popolo ecc anzi lo coinvolge, gli uomini aristocratici come
Alessandro Magno, Giulio Cesare od Ottaviano Augusto devono essere dotati
di questo finissimo egoismo che solo l’araldica delle anime nobili può
concedere, ciò vale anche per le madri: nella misura in cui una madre può
rivedere quell’egosimo allora sarà un ottima madre, in altri termini il
figlio è per la donna un essere vivente che si connette e si collega alla
sua opera, esso può essere giustamente visto dalla donna come un vestito,
un abito, un soprabito, una piccola boutique ecc che la donna osserva e
contempla rivedendo la sua opera, infatti nella donna non vi è la questione
dell’eredità nel figlio (patrimonio) ma della selva (matrimonio) la pelle
di un vestito per una donna è da considerarsi come la pelle di un animale
(anche quando si tratta di pelle sintetica), in questo caso la pelle del
figlio, i suoi geni, la sua genetica, i suoi cromosomi, la sua anima, il
suo Corpo, la sua potenza ecc costituiscono la “pelle/selva” dell’opera che
contempla la donna.
 
Le madri più invadenti sono quelle che cercano di celare il proprio
“interesse” egoistico con spiegazioni perbeniste, moralistiche o
pseudo-pedagogiche, quelle che dicono <<Tuo figlio lo devi amare in quanto
"persona umana", non per il tuo egoismo ma perché è un essere umano che tu
hai voluto mettere al mondo e che devi rispettare in quanto tale>> queste
sono le madri deleterie nella loro versione progressista e democratica, ma
abbiamo anche la versione conservatrice di questo tipo di madre – ad
esempio la madre luterana di Nietzsche – la madre idealista, cristiana
tedesca, germanica, luterana , conservatrice ecc incarna il paradigma
dell’egoismo pieno di risentimento.
 
Gli egoismi peggiori sono quelli che non hanno basi solide, gerarchiche e
aristocratiche, e infatti tali egoismi sfociano nell’egoismo liberale,
oppure nell'egoismo dell'anarchico individualista, oppure nell’idealistico
“disinteresse", ad esempio nel Caso della donna idealista proprio quando si
pone la questione del Bene, delle “buone intenzioni”, del “disinteresse” è
li si che nascondono i rovi e le spine più velenose, una vera madre
aristocratica e gerarchica non accetterebbe mai un figlia – o una figlio -
reattivo, debole, molle, ecc poiché è come desiderare un vestito che non
può prendere anima, un’apparenza che non “prende vita”, le virtù del nobile
egoismo aristocratico producono le grandi virtù, sia nella donna che
nell’uomo, la donna essendo vicina al Fenomenico risveglia l’animalità e la
superficie delle cose, la pelle di ogni singolarità, di ogni elemento, di
ogni agente, di ogni flusso, la donna ci ricorda che il materiale pregiato
delle cose è fatto di un tessuto assai prezioso che la terra ricerca, la
terra è fatta di pelle che la donna scopre, rivedendo nell'opera della
maternità lo splendore tangibile di una geologica seta che la vita le offre.
 
Per i figli o le figlie deboli che vorranno essere "Riconosciute" dalle
loro madri rifiutando questo discorso sull'opera, sulla pelle e sulla
selezione gerarchica e aristocratica di questa pelle, per quelli che dicono
che i genitori debbano Riconoscere i figli come uno dei più grandi Beni
supremi da accettare in quanto "essere umano" e creatura speciale in quanto
umano ecc cosa dire? A costoro si dica che non comprenderanno mai la logica
della vita e della sua pelle finissima, costoro sicuramente sono tra le
schiere dei deboli, sono la "pelle" dei deboli così malconcia e
raffazzonata, sono egoisti questi deboli e falsificano persino il loro
egoismo.
 
L'uomo non cerca il Riconoscimento dell'altro - come crede il
cristianesimo - ma la gerarchia e la conquista, l'uomo non cerca il
Riconoscimento inter-soggettivo di un genitore, di un Dio, di un amico o di
un datore di lavoro ecc, l'uomo - e la donna - degni di rispetto cercano
lo spazio della fonte ascendente, di una potenza conquistatrice,
prodigiosa, stupenda e ricca di colore, l'uomo non vuol essere Riconosciuto
ma mascherare e mascherarsi con volo d'aquila, incrociando quello sguardo
d'aquila, quello sguardo fiero, contento, inesorabile rapace con cui
l'aquila contempla l'orizzonte liberandosi in volo.
 
I deboli e i malriusciti devono perire - ci ricorda Nietzsche - ma i
cristiani diranno che la vita è un dono, ciò però è falso: anzitutto perché
la vita è "conquista", infatti anche nei doni, anche nella "virtù che dona"
- come direbbe Nietzsche - anche in questi "doni" vi è selezione, gerarchia
e disuguaglianza, ci sono alcune vite che non donano nulla e che non
possono donare perché nulla hanno conquistato.
 
A proposito di pelle e di vestito, cosa si dice quando un vestito una
volta indossato non è convincente?  "Hmm, non ti dona", ecco! Vi sono
quindi nel mondo frutti preziosi che donano e frutti acerbi che avvelenano,
non tutto dona e si dona alla terra, il resto lo lasciamo alla
psicoanalisi, il resto lo lasciamo a chi non ammette che la vita vada in
questa maniera, il resto lo lasciamo a chi frigna, invocando “traumi”
invece di vedere i segni del destino, la psicoanalisi, questa scienza che
accontenta i "diseredati".


Maurizio Rubicone  



sabato 22 agosto 2026

Vedo... vedo... stravedo!

 


C’è un pressoché invisibile contenitore del nostro pensiero che, in quanto tale, ci fa credere di progredire nella conoscenza mentre, di fatto, comporta il permanere nella cosiddetta ignoranza, ovvero nella dimensione materiale, analitica e oggettiva di una realtà separata da noi.

 

 

L’incantesimo conclamato dell’egocentrismo impedisce di osservare e fare scuola della identicità e reciprocità di noi, delle nostre forme fisiche, delle nostre affermazioni, siano da bar sporta o auliche. Ponendo al centro dell’esistenza il totem dell’importanza personale e tutto ciò che questo comporta, ci troviamo ad essere anche cronocentrici. Noi affermiamo ciò che è prima e ciò che è dopo, come fossimo l’immoto faro al centro dell’oceano del tempo, che vede passare i vascelli delle esperienze, ma non vede quanto queste non siano che la proiezione del proprio sguardo.

 

Su questa base culturale comune, inconsapevole, comunque indiscussa e, così, resa vera e unica, deambulano gli uomini e i loro pensieri, inclusi quelli rivolti alla conoscenza. Serpenti nella teca. È, infatti, una base circoscritta, della quale non hanno contezza. Pochi hanno osservato il limitare di quella piatta landa ricoperta da fittizie differenze di forme, adorate da singoli, gruppi e moltitudini.

 

Oltre che in forma di base, l’ambito di vita detto egocentrismo può essere chiamato volume. Questo è figurabile da quelle bocce di vetro, spesso natalizie che, quando agitate, sollevano rutilanti particelle bianche simili a fiocchi di neve che pervadono la sfera di cristallo entro cui hanno libertà di muoversi.

Ogni fiocco, nel nostro caso ogni uomo, ogni pensiero, ogni scelta ed azione, ogni sentimento ed emozione, ogni affermazione, occupa un punto del volume, al pari di ogni altro. Ciò permette di cogliere due aspetti della condizione egocentrica. Il primo, l’ineludibilità della parzialità delle affermazioni di chiunque. Il secondo, che tali affermazioni prorompono dall’autore – individuo, gruppo e moltitudine – nel momento in cui dal punto di vista che occupa e concepisce come fisso – ma a rotazione disponibile a chiunque – vede allineati i puntini necessari alla generazione della visione, della verità, per poi, senza apparente consequenzialità, pronunciarla forte e chiara, ignaro degli aggiustamenti fisiologici con cui la impasta per consolidare il proprio piedistallo. 

L’insorgenza e l’esigenza dell’affermazione di matrice egocentrica si presta ad essere descritta anche in altro modo. Questa, infatti, avviene solo e soltanto quando il fiocco rutilante, ovvero il soggetto, coglie dal bailamme della sfera di cristallo o iperuranio in cui sono presenti tutte le idee pure, quelle utili al proprio intento o al sostentamento di sé stesso, della propria biografia. Idee opportunamente agghindate secondo il proprio gusto di coerenza e di necessità che, come gocce di ossigeno, briciole di Pollicino, fili di Arianna, mantengono l’emozione di esistenza e sono necessari per tornare sempre a casa, su sé stessi, gongolanti nella propria ragione, credo, abitudine e consuetudine. Sebbene ciò corrisponda al mantenimento dell’identità, in tale atteggiamento va anche riconosciuta immobilità, che altro non è che la mammella dalla quale lo status quo succhia nutrimento. Uno status impotente d’evoluzione ed emancipazione personale nei confronti dei modelli appresi, che ricalchiamo, infatti, come individui programmati a farlo. Uno status d’inettitudine nei confronti della propria infinita creatività, autoguarigione, benessere, salute.

 

Vivendo inconsapevoli entro lo spazio esistenziale della boccia, vantiamo uno svergognato, ma presunto, libero arbitrio, una fantomatica libertà e una incendiaria tendenza ad universalità varie che, ad ogni ciclo della microbica storia umana, sbraitiamo nel nostro piccolo o grande ambito d’azione come indemoniati cavalieri lancia in resta. 

Volendo, con forse inopportuna indulgenza, si può comprendere l’insistenza della coatta condizione umana con la giustificazione dell’impercettibilità del cristallo diamantino che ci contiene. 

 

L’astrazione permette di cogliere lo spirito unico presente in forme diverse e offre potere magico alla metafora. È un espediente del pensiero alogico con cui si può saltare da una forma (contesto) ad un’altra, a mezzo del quale è possibile muoversi entro il tempo. Ma non è carta in mano a tutti i giocatori presenti nella dura sfera. Serve un percorso personale, dunque una volontà – identica a quella della passione che ci porta ad essere ciò che non eravamo – per arrivare a toccare l’orizzonte terrapiattistico della cultura intellettualistica o impotente, per trovare come andarne oltre o osservare il vetro della boccia di cui eravamo fiocco rutilante. Per constatare quanto quella perfetta trasparenza che ce lo occultava fosse tale a causa dell’arrogante presunzione di conoscenza definitiva che ci muove, fossimo malviventi o premi Nobel. 

Ci troveremmo dunque in un cul de sac, ovvero in una concezione della realtà, di noi e della verità, che riciclandosi perpetuamente, nasconde a noi stessi l’elemento intoccabile detto logica, che rende il mondo una catasta di oggetti da organizzare, fossero anche concetti, e la sfera praticamente indistruttibile. La sfera o il volume o l’esistenza degli uomini sono quindi contenute, soggiogate e sottomesse al dolce dominio duale della logica, prediletta sovrana di tutti i suoi sudditi. Se a ciò si aggiunge l’esigenza diffusa di capipopolo, la regina aristotelica ben si presta a tale scopo.

 

Così, quando leggi certi commenti (1, 2, 3, 4) [che, per scelta, riporto senza riferire la fonte; nda] rilasciati nei confronti di qualche mio articolo, come si fa a non vedere ben prima della critica che esprimono, la camicia di forza o sfera di cristallo in cui possono esistere e prosperare? In cui possono con lancia in resta scagliarsi contro ciò che non intendono? Che, nel frullatore del reductio ad unum, vedono applicato il tutto a sé stessi? Tuttavia, come non essere indulgenti nei confronti di tanta inconsapevolezza della base, del volume, della sfera, della teca, della voliera nonché del regno del conflitto, della guerra e della sofferenza? Chi possono colpire se non un altro a loro simile che gira intorno al totem del proprio egocentrismo? 

Commenti e critiche che comportano tanto la replicazione dell’esistente quanto l’assenza e la negazione della ricerca della verità dell’esistente e quella personale – specificamente quella che si muove chiedendosi in che termini ciò a cui assiste porta verità –, quella che permette di comprendere e tollerare gli uomini e che esclude perciò la condanna del giudizio quale separazione di sé stessi dal mondo contenuto nella sfera di cristallo. Affidare la verità al proprio giudizio interrompe la conoscenza e alimenta il conflitto. Un po’ come dire, con sarcasmo, supponenza o ira “ma era ovvio” di fronte a qualcuno che l’ovvio non l’ha proprio visto. Quella che, costretta dalla propria logica, è incapace di constatare che un fiocco non può avere più diritto di altri. Oppure il tiglio ne ha più del gincobiloba? Quella che, in quel fiocco criticato, non vede sé stessa. Come se il cirmolo non vedesse anche nel pino loricato, l’albero che è.

Come dire loro che solo l’inconsapevolezza di egocentrismo e importanza personale permette l’arroganza del vero e del falso e contemporaneamente impedisce la lucidità che non c’è il vero e il falso se non per sé stessi e sodali, nonché entro i piccoli campi chiusi della tecnica e del gioco, e che il pertugio per uscire dalla sfera, il trucco per aprire le fibbie della camicia di forza, sta nel riconoscere che la domanda è: in che termini quell’affermazione è vera? E in quale è falsa?

 

 

Note

 

.1 “Io mi rifiuto di leggere scritti di interpretazione ambigua, con vocaboli volutamente oscuri, fumosi o troppo generici; scritti che sfoggiano termini inutilmente eruditi, che spesso giudico fuori luogo; scritti che richiedono tempo e sforzi per tentare di tradurli in un linguaggio comprensibile.
Poi magari, alla fine, ne scopro la banalità delle argomentazioni o addirittura l’assurdità delle tesi”.

 

.2 “E oggi, L. Merlo mi viene a dire:
‘Le attuali ed epocali dinamiche di pensiero soggiogate dall’egregora razionalista – ovvero dall’idea della superiorità della ragione quale unica via alla verità – ci impediscono di riconoscere che ogni discorso contiene la sua verità, che ogni affermazione è una prevaricazione, che la verità avviene entro campi chiusi, sempre e tutti sostanzialmente uguali a quello della nostra valle’.
Merlo, ma vaffa..ulo! Sembra che la TUA VALLE non sia la NOSTRA, ma TUA soltanto!”

 

.3 “Glossario spicciolo di propaganda gnostica. Lorenzo Merlo è convinto che ripetendo le stesse cose ad ogni articolo qualche lettore finisca col dargli retta. La pubblicità è l’anima del commercio, no? Incluso il… commercio col Diavolo. Anche Goebbels raccomandava l’uso di simili tecniche ripetitive. A furia di sentir ripetere menzogne, apparentemente verosimili, la gente dovrebbe convincersi che sono vere. Io, no [...]”.

 

.4 “Sono spicciolate di massoneria che degradano le buone intenzioni del sito, ma tant’è. [...].

Però dai, non mi mettere nemmeno in paragone un Grande come Goebbels con un piccolissimo merlo qualsiasi”.

 

 Lorenzo Merlo




venerdì 21 agosto 2026

La Natura esiste ed è tangibile… Dio è solo un’ipotesi

 


Ai primordi della cultura umana la differenza fra Natura e “divinità” era impercettibile, la speculazione filosofica non era arrivata a presupporre un creatore separato, in quanto autore della creazione. Infatti nella antica tradizione matristica e panteistica la Natura coincideva con la Madre Universale, la quale da se stessa ed in se stessa produce tutti i fenomeni, manifestando tutte le forme. In questa visione non vi è alcuna separazione o differenza fra la Matrice e le sue emanazioni, viventi o amorfe che siano. Animali, piante, montagne, corsi d’acqua, mari, cielo stellato, luna, esseri umani… tutto compartecipa ed è espressione dell’atto creativo, parte indivisibile di un Unicum.

La creazione in questa ottica è vista come qualcosa di spontaneo e naturale, una ricorrenza ciclica che sorge dalla terra, sulla terra insiste ed alla terra ritorna, in un continuo ripetersi senza un “oltre”. Tutto è presente nel Tutto, nell’eterno qui ed ora. Questa beata visione non si è esaurita con il trascorrere delle generazioni, essa è durata a lungo, ed ancora permane nelle menti illuminate. Il suo procedere ellittico conserva il sapore dell’eternità.

Eppure qualcosa nel corso del tempo è cambiato, l’eterno è stato virtualizzato e trasferito in un ipotetico aldilà. Un aldilà per il quale occorre guadagnarsi il passaggio, pena l’estinzione o la dannazione.

La beatitudine dell’appartenere al Tutto si offuscò nel momento in cui l’uomo cominciò a separare se stesso dal Tutto, allorché in lui nacque il senso dell’io e del mio. Forse corrisponde al momento in cui egli scoprì la sua funzione “seminativa” nella riproduzione. Questo fatto lo rese arrogante, alimentò il concetto della sua “autorità”, nel senso che prese a considerarsi egli stesso “autore” individuale della vita. E per trasposizione virtuale immaginò un ipotetico dio creatore, a sua immagine e somiglianza. La Natura, in quanto femmina, divenne materia passiva, mentre il creatore, sia in veste di dio che di uomo, fu interpretato come “alito” fecondatore e creatore (afferma la bibbia). Avvenuta questa separazione ecco che nella religione apparve il senso del peccato, legato alla vergogna per la promiscuità ed alla opposizione verso la “materia” contrapposta all’astrazione “spirituale”, con il risultato di condurre l’uomo “religioso” a distanziarsi dalle cose del mondo, ivi compresa la sessualità.

Ma come è possibile separare la vita dalla vita? Come può sopravvivere un essere vivente senza cibo e senza calore? Non può…

Da ciò se ne deduce che, malgrado la caparbia autoaffermazione di un’entità spuria, definita “spirituale”, il processo di separazione dell’io dalla Natura non potrà mai avere compimento, resta solo una pia illusione dettata da una religione. Che prima divide e poi si arroga il diritto di “ri-unire” (religere) . La separazione fra spirito e materia, fra Natura e dio è una falsità, un’inversione nei valori naturali ed è causa di tristezza e di un insoddisfatto desiderio di compensazione. Insomma si rinuncia alla tetta materna per attaccarsi al ciucciotto.

Migliaia di anni son trascorsi, varie civiltà sono sorte e crollate, diverse religioni teiste hanno pervicacemente tentato di separare l’uomo dalla Natura, inculcandogli l’idea del “peccato originale”, della necessità di pentirsi, di ricorrere ad un salvatore, ad un messia, di volta in volta diverso, poiché ogni messia che separa l’uomo dal Tutto non può durare, come non può durare un incubo. Perciò la religione che trascura i modi della vita, ovvero la sua capacità di perpetuarsi, non potrà mai avere una definitiva attuazione, resterà un ibrido intellettualismo malato e sofferente. E perciò l’affermazione del modello religioso patriarcale che conosciamo non potrà mai affermarsi, poiché vive di promesse immaginarie, di dogmi reiterati, di continue riaffermazioni di fede. In un certo senso succede così non solo per i teismi ma anche per la scienza e le sue leggi che non durano a lungo ma vengono continuamente sostitute da nuove e più perfezionate “scoperte”.

“Natura naturans” e “Natura naturata”. Entrambe coesistono, sono intercambiabili a seconda delle situazioni e dei momenti, pur -a volte- in apparente conflitto.

Ma torniamo alla religiosità ed all’erotismo. E scopriamo che in verità queste due proiezioni non possono essere disgiunte, come nel cervello non può essere disgiunta la funzionalità dell’emisfero destro dal sinistro, la ragione dall’intuizione, la fase logica da quella analogica, la sincronicità dalla causa/effetto. La comprensione non è mai “univoca” ma richiede un “abbraccio”, l’intelligenza è una visione avvolgente e compenetrante. Come avviene nel processo riproduttivo fra maschio e femmina.

Allora, in tempi in cui la storia non era stata ancora confermata come modello lineare di memoria, la donna e l’uomo, uniti nella consapevole reciproca appartenenza e partecipazione all’evento vitale, vissero la religiosità attraverso l’unione sessuale.

Non posso però narravi ora l’intero excursus, passando da un popolo ad un altro popolo, civiltà dopo civiltà. Non ne ho la forza, né il tempo e nemmeno la voglia. Non posso parlare della sacra prostituzione nei templi dedicati alla Dea, delle iniziazioni sessuali nelle comunità dell’Europa antica, delle tendenze promiscue e poliamorose, dei riti pagani della fertilità, del Cantico dei cantici o delle strofe volgari del Risus Paschalis….

Ma, almeno per cominciare, posso aprire una fessura, uno spiraglio minuto su alcuni aspetti dell’induismo, una religione che ha conservato a tutt’oggi molte forme di religiosità erotica. Gli episodi sono tanti, non basterebbe un’intera biblioteca a narrarli tutti. Mi limiterò quindi a descriverne alcune pagine, aperte quasi alla rinfusa. Voglio partire da un racconto mitologico in cui aneddoticamente si lascia intravvedere in che modo erotismo e religione abbiano trovato un punto d’incontro.

Si narra che in un tempo lontano in una foresta viveva una comunità di dotti rishi. Questi bramani era adepti in riti sacrificali, attraverso i quali avevano ottenuto grandi poteri psichici. Tutto il giorno essi offrivano sacrifici ed abluzioni agli dei ripetendo mantra vedici, mentre le loro mogli si occupavano delle faccende domestiche. I poteri occulti così ottenuti aveva fatto crescere la loro supponenza ed arroganza facendoli sentire superiori alla natura stessa. 

A quel punto il signore Shiva (spesso individuato con il nostro Dioniso), in qualità di compensatore e detentore dell’energia naturale, volle impartir loro un insegnamento. In compagnia di Vishnu, conservatore e rifugio di ogni creatura, che prese la forma di una irresistibile donna, Shiva apparve nella foresta in costume adamitico e con attributi sessuali notevoli bene in vista. Egli con la sua prestanza e fascino tentò e sconvolse le spose dei bramani che lo seguirono abbandonando i loro doveri familiari. Allo stesso tempo i bramani furono distratti dai loro riti dalla concupiscente Mohini (Vishnu), che con la sua andatura lasciva li aveva attirati a sé. Così la comunità dei rishi perse la sua determinazione nel perseguire “tapasya” a fini di potere. Ma ad un certo punto, sempre così va a finire, alcuni di quei sacerdoti si avvidero della “caduta nel peccato” e richiamarono all’ordine i colleghi, accusando Shiva di aver ordito un complotto ai loro danni. Essi decisero quindi di vendicarsi e avendo attizzato un grande fuoco sacrificale si posero attorno ad esso declamando mantra e formule magiche, e riuscirono così a materializzare una feroce e possente tigre che immediatamente fu scatenata contro Shiva. Ma egli, per nulla turbato, la uccise senza fatica con il suo tridente e della pelle ne fece una veste che pose attorno ai fianchi. I bramani inviperiti pomparono ancora più ghi (burro fuso) e mantra attorno al fuoco dal quale si levò un nugolo di serpenti velenosi che furono lanciati come frecce contro Shiva. Ma al contatto con il suo santo corpo i serpenti non lo scalfirono affatto, anzi benevolmente gli leccarono la pelle e si disposero come ornamenti e come cinture sul suo collo e sulla veste. I bramani sentendosi umiliati nel loro orgoglio decisero di concentrare tutte le loro facoltà ed evocarono il demone del loro stesso ego, che sorse dal fuoco nella forma di un mostruoso nano nero, dotato di forza diabolica. L’immondo essere si avventò contro Shiva con l’intento di distruggerlo ma egli con un semplice gesto del piede lo atterrò e lo tenne immobile per terra. A quel punto i bramani capirono di aver a che fare con un potere più grande e sentendosi confusi, con l’ego piegato dalla grazia di Shiva, si gettarono ai suoi piedi e l’implorarono di accettarli come suoi devoti e parte di sé. E così, da allora, l’erotismo entrò a far parte integrante della religione.

Infatti bisogna tener presente che l’induismo non separa spirito e materia, che sono ritenuti indivisibili, e chiede ai praticanti che tutti i precetti siano presi seriamente anche quando si tratta di rapporti sessuali, come descritti nel Tantra. Così vediamo che alcune celebrazioni si risolvono in orge vere e proprie in cui vengono cantate canzoni ed effettuate danze di grande suggestione erotica.

Nel culto shivaita ed in quello della Dea Parvati, sua sposa, esistono numerosi racconti a sfondo religioso (purana) che narrano le loro avventure e piaceri sessuali, con descrizioni da far invidia ai manuali dell’amore (kamasutra). Tra l’altro nell’iconografia classica Shiva è raffigurato con una immagine inequivocabile. Trattasi del Linga-Yoni, una struttura in pietra, od altri materiali, che raffigura un fallo eretto fissato su una piattaforma che rappresenta la vagina della sua sposa Parvati. L’adorazione di questo simbolo è considerata una cosa normalissima. Anche le giovani ragazze venerano Shiva in quanto Linga. Egli rappresenta il maschio ideale, amante ardente ma tenero e premuroso verso la sua sposa, alla quale impartisce anche lezioni di religione, trattandola alla pari.

Questa visione non è peculiare del solo shivaismo, è noto che nell’induismo sono contenuti molti elementi erotici. Anche nel Rig Veda vengono descritti particolari molto crudi. Ma è soprattutto nel culto tantrico della Dea Madre Kali o Durga che le relazioni sessuali fra uomini e donne son diventate parte integrante del rituale. La descrizione particolareggiata dei suoi rapporti amorosi avviene pure in alcuni purana dedicati a Krishna. Tra l’altra parecchie figure erotiche, altamente espressive, appaiono in numerosi templi. Queste sculture debbono essere considerate esattamente per quello che sono . Gli antichi indù, infatti, non avevano bisogno di ricorrere a sotterfugi. A dimostrare che l’adorazione della divinità non viene mai disgiunta da quelle che sono le forme normali della vita, in un qualsiasi tempio si seguiva (ed in parte ancora si segue) una routine giornaliera che molto somiglia alla routine di un monarca. La mattina bagno rituale, offerte di cibo, ricevimento dei devoti, e la sera intrattenimento con musica e danze eseguite da “etere” specializzate, chiamate devadasi, che all’occorrenza soddisfacevano anche sessualmente i devoti, come atto traslato dal dio.
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Gli antichi poeti e narratori epici non hanno mai provato alcun imbarazzo nel combinare le descrizione erotiche con gli insegnamenti religiosi. In una iscrizione apposta in un tempio risalente al IV secolo d.C. Si dice che il tempio era stato costruito “..nella stagione in cui i giovani, ubbidendo al desiderio erotico, abbracciano le prosperose, dritte e lunghe cosce, i seni ed il ventre, delle loro amanti e non si curano del freddo e del gelo..” (L’Induismo – Nirad Caudhuri)

Forse questa propensione alla sessualità, come parte del rituale religioso, trova una sua esasperazione in una aspetto ossessivo del tantrismo definito della via sinistra, il cosiddetto Vamachara, che consiste nell’indulgere ritualisticamente ai 5 M., ovvero i Pancha Makara, e precisamente: madya (alcol), mamsa (carne), matsya (pesce), mudra (gesti con le mani) e maithun (coito). Ma basti sapere che gli stessi indù vedono di mal occhio queste attitudini combinate, tant’è che i praticanti, ipocritamente, fanno di tutto per nascondere le loro pratiche.

Alcuni studiosi si interrogano sulle origini dell’erotismo tantrico nell’induismo. Talvolta si vuole far risalire questa tendenza ai costumi libertini importati dai greci venuti al seguito di Alessandro Magno. In diverse parti tra l’attuale Afganistan e Pakistan sono state rinvenute antiche statue raffiguranti scene erotiche, come il ratto di Dafne, gli amplessi di Leda con il cigno, nudi di Venere, etc. ma questa opinione convince poco anche perché lo stesso Alessandro restò meravigliato da alcune abitudini osservate negli yogi erranti da lui incontrati in India. C’è poi l’ipotesi di una influenza taoista ma anche questa è difficilmente accettabile considerando che i taoisti avevano quattro norme per i rapporti sessuali: massimo contatto, minima emissione di seme, cambiare la donna di frequente, rapporto con vergini. Queste norme avevano una loro logica, infatti se l’uomo doveva acquistare vitalità nel rapporto sessuale, a discapito della donna, l’avere rapporti con donne esperte o con donne con le quali si era creata una familiarità, portava ad un lasciarsi andare che non era consono ai dettami. Essi dicevano: “Avvertendo prossimo l’orgasmo frenatevi. Risparmiate il vostro seme ed allungherete la vostra vita”. Ma questa attitudine non è certa consona agli indù, per i quali abbandonarsi a una donna durante il rapporto sessuale rappresenta il massimo della felicità. E dopo tutto gli indù sono indoeuropei e si rifiutano di ridurre la donna al ruolo di schiava sessuale, come spesso avviene sia in Cina che presso tutti i popoli semitici.

Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica